Mi riferisco a loro come a un "loro" e non come a un noi perchè quando la musica ha cominciato a girare online, io a momenti giocavo ancora coi Bio Combat.
Col tempo un po' tutti hanno realizzato che questa facilità fruibilità e diffusione della musica abbia portato a una saturazione tale per cui si finisce, ad ascoltare tante cose in modo superficiale, piuttosto che meno dischi ma dedicando più tempo ad ognuno. Ma oltre a questo, mi è capitato di pensare a come questa modalità (sempre in continuo cambiamento) di far girare i prodotti e pubblicizzarli abbia mutato il mio modo di aspettarli, sti benedetti dischi. I continui pezzi in anteprima, i mille singoli con relativi video, gli album ascoltabili per intero in streaming sul sito di Rolling Stone o chi per esso. Sarà che io sono già dispersivo di mio, ma un tipo di promozione simile più che farmi aumentare l'hype, me lo fa calare. Magari sento un pezzo e mi piace, guardo il video e mi dico che è stato una grande idea. Però poi quando arriva l'agognato momento in cui si mettono (metaforicamente, ovvio, dato che gli originali non sempre ce li si può permettere) le mani sul disco, mi è già scesa la voglia. Finisce che mezzo disco già lo conosco, e sul disco mi ci metto, come posso dire...pigramente. Ma per fortuna anche a questo mio problema ci sono delle eccezioni.
Capita infatti che quasi in concomitanza, due artisti che un tempo erano assidui collaboratori, salvo poi separare leggermente le proprie strade, abbiano deciso di far uscire i loro nuovi dischi.
Uno è Common, che il 20 Dicembre tornerà sulla scena con The Dreamer/The Believer, disco che sembra segnare un genuino ritorno al rap più "conscio" e soulful che lo ha sempre caratterizzato, dopo la breve parentesi truzzo-pharrelliana di Universal Mind Control (disco che cercherò di far finta non sia mai esistito, e non chiedetemi il perchè). Il ritorno del rapper di Chicago si preannuncia oltretutto impegnativo, dato che per il 2012, dopo la proficua collaborazione per Ghetto Dreams, è stato annunciato un intero album scritto a quattro mani con Nas, dal titolo Nas.Com.
I secondi sono i Roots, che dopo l'impegnatissimo 2010 (l'ottimo How I Got Over, subito seguito dal disco collaborazione con John Legend, Wake Up) tornano già a farsi sentire con Undun, che verrà pubblicato il 6 Dicembre. Per loro si tratta dell'ennesimo tassello aggiunto al mosaico di una carriera grandiosa, costellata da diversi capolavori e una qualità media che nessuno ha saputo mantenere nella storia dell'hip-hop, soprattutto con così grande capacità di rimettersi ogni volta in discussione, sperimentando e rimescolando le carte senza perdere la propria identità. Un monumento al genere e alla musica tutta.
Ed è grazie a questi tizi e alle loro meravigliose carriere, se l'hip-hop occupa un posto così importante all'interno della mia formazione (musicale e non). Curiosamente, in un genere dove (volendo portare al suo estremo un concetto che sappiamo non essere così semplicistico) a contare sono le parole più che la musica, e proprio grazie ad artisti che hanno fatto delle parole la loro pietra angolare, con me a fare la differenza è stata soprattutto la musica: quella dei Roots e di Common, variegata di suoni black che pescano in passati a volte sporchi e duri, altre volte dolci e carezzevoli, mi ha permesso di avvicinarmi ad un genere come il rap americano che, a causa della mia difficoltà con le lyrics, avevo sempre coltivato in maniera superficiale. Un adolescente del 2011 che non capisce dei testi rap americani. E non riesce ad adattarsi alle nuove tecniche di diffusione della musica. Ma chi è il vecchio allora? Non Common, non i Roots, che nonostante l'età anagrafica dimostrano di saper andare avanti, con l'esperienza dalla loro e persino molta più comprensione dei fenomeni attuali di chi con certi media c'è praticamente nato. E come sempre io sto qui, e prendo appunti.
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